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Diagnosi di autismo: come affrontarla e comunicarla con consapevolezza
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Diagnosi di autismo: come affrontarla e comunicarla con consapevolezza

📅 26 Novembre 2025 alle 00:00 ⏱️ 10 min di lettura ✍️ Sara Canofari

Un racconto autentico sulla diagnosi di autismo: l’esperienza di una psicologa e mamma che trasforma la scoperta in consapevolezza, forza e libertà interiore.

In questo momento storico la nostra società sta facendo molti passi avanti rispetto alle diagnosi sulle neurodivergenze e, in particolare, sull’autismo

Gli strumenti sono più sensibili, i professionisti più formati e specializzati, c’è più divulgazione e sensibilizzazione sociale. Tuttavia, ci sono anche molte variabili che incidono sulla percezione personale della diagnosi ricevuta.

Per esempio: quando l’ho ricevuta, chi me l’ha comunicata, con quali parole, con quale idea della diagnosi la persona me l’ha trasmessa, che idea avevo io di quella diagnosi in base al mio contesto di vita, al mio gruppo di amicizie, alla mia famiglia d’origine, alla mia educazione.

Come si vede, esistono molte variabili che influiscono sulla percezione finale che una persona autistica avrà della propria diagnosi e, successivamente, della propria identificazione personale.

In questo senso intendo fornire alcune finestre esemplificative attraverso la mia esperienza personale e professionale, e infine condividere una serie di testimonianze raccolte da chi è stato così gentile da condividere con noi la propria storia ed esperienza.

Esperienza personale e diagnosi di autismo
Mi chiamo Sara Canofari, sono psicologa e psicoterapeuta, ho 35 anni, sono anche mamma ma prima di tutto una persona. Sono AuADHD (Autistica e ADHD) e ho ricevuto la diagnosi da adulta. 

Nel giro di un anno e mezzo ho ricevuto entrambe le diagnosi: inizialmente ADHD, e su suggerimento dello psichiatra che mi aveva seguito ho iniziato, in un’altra sede, anche la valutazione per l’autismo.

Nell’ADHD mi riconoscevo pienamente e ne avevo consapevolezza da anni, anche grazie ai miei studi e al fatto di ritrovare in una delle mie figlie, diagnosticata da piccola, le stesse modalità comportamentali ed emotive e le stesse difficoltà. 

Ricevere la diagnosi per me è stata una liberazione, perché dava un nome a tutte quelle volte in cui mi dicevo che stavo esagerando, che ero io il problema. La diagnosi di autismo invece non era stata elaborata nel tempo, quindi riceverla ha richiesto qualche settimana di auto-elaborazione. 

Nonostante io stessa mi occupi di autismo, la percezione esterna — familiare e sociale — sapevo che sarebbe stata vista come qualcosa di negativo, da compatire quasi, da far pena. 

Così ho iniziato a comunicarla progressivamente alla mia famiglia, agli amici stretti e, successivamente, mi sono “mostrata” sui social come forma di auto-terapia. In poco tempo ho sentito di potermi riconoscere liberamente, e con sollievo, anche nella diagnosi di autismo.

Diagnosi di autismo nei bambini: esperienze familiari

Come mamma di tre bambini autistici, vorrei dare un’idea anche del loro vissuto.
La mia primogenita, 18 anni, ha ricevuto la diagnosi solo 3 anni fa

È stato del tutto casuale: ci eravamo rivolti alla neuropsichiatria per una rivalutazione cognitiva richiesta dalla scuola per un profilo APC, che poi abbiamo capito essere stato fonte di compensazione e masking da parte sua.

La diagnosi le è stata comunicata direttamente dall’NPI in mia presenza, senza che potessi mediare, e probabilmente questo ha inciso sulla percezione che mia figlia ha avuto. 
Per lei non è stato chiaro, non ha interiorizzato il suo profilo di funzionamento e non ha voluto comunicarlo a chi le stava accanto. 

Dopo anni ha iniziato a condividerlo solo con pochissime persone, tra cui il partner e alcuni amici stretti. Avere una mamma che lavora in questo ambito, paradossalmente, non l’ha vissuto positivamente, anzi come un ostacolo.

La mia secondogenita, 16 anni, ha ricevuto la diagnosi nello stesso anno della sorella, ma con un vissuto completamente diverso. 

Era già in trattamento cognitivo-comportamentale per difficoltà emotive e relazionali legate alla diagnosi di ADHD, ma quel quadro non spiegava tutto, soprattutto dopo l’ingresso nell’adolescenza.
La diagnosi di autismo ha dato a noi e a lei un nome alle difficoltà che viveva nel sentirsi fuori luogo e diversa, alle sue necessità e ai bisogni differenti rispetto ai coetanei. 

Ha imparato che parlarne con i suoi amici e spiegare il suo funzionamento le permette di non essere fraintesa quando i suoi comportamenti non sono socialmente convenzionali.

Mio figlio più piccolo ha 4 anni e, avendo maturato esperienza professionale sull’autismo, ho colto sin dai primi mesi alcuni segni precoci: stereotipie sensoriali, scarso contatto oculare, uso strumentale delle persone per comunicare invece del linguaggio. La diagnosi è arrivata a 3 anni. Coinvolgendo la famiglia con strategie psico-educative, molte competenze hanno iniziato a emergere

È stato preso in carico dalla ASL e ha avuto accesso a un centro riabilitativo convenzionato, dove forniscono strategie per lui e incontri di parent e teacher training per noi genitori e le insegnanti. 
La precocità ha fatto la differenza, così come la consapevolezza nostra, e ci ha permesso di dare una lettura funzionale dei suoi comportamenti anche ad amici e parenti.

L'importanza della diagnosi precoce di autismo
Come professionista, ciò che ho riscontrato in un’altissima percentuale di famiglie è la quasi totale assenza di informazione e consapevolezza della diagnosi. 

Ogni famiglia, in base alla propria idea e credenza sull’autismo, la riporta e la condivide con il proprio figlio, che di conseguenza può sviluppare percezioni come: “sono meno degli altri”, “ho qualche problema”, “sono sbagliato”, oppure, più semplicemente, “funziono in modo diverso”.

Ci sono famiglie che, condizionate dalla propria visione dell’autismo, temono sia “colpa” loro o lo percepiscono come una “macchia” sull’immagine familiare.

Ci sono famiglie che, avendo già una diagnosi di livello di supporto 2 o 3 per un figlio, alla ricezione della stessa diagnosi per un altro figlio — anche se di livello 1 di supporto — vanno in crisi, rivivendo l’esperienza precedente, pur avendo più competenze e rete di supporto rispetto alla prima volta.

Domande comuni sulla diagnosi di autismo

Sulla base delle esperienze raccolte, propongo alcune pillole informative, domande e risposte tra le più frequenti nella mia esperienza clinica. 

D: Ricevuta la diagnosi di autismo… Ok, ma di cosa si tratta veramente? È una malattia?
R: Spesso non vengono fornite spiegazioni e l’autismo resta come un’etichetta sospesa sulla testa di chi la riceve, con idee vaghe e condizionate dagli stereotipi sociali. Non è una malattia, non si cura. È il primo punto da cui partire. Ai miei pazienti, adulti o adolescenti, riporto spesso la similitudine con chi porta gli occhiali: una diversa visione del mondo. Non esiste un’eziologia unica e identica per tutti: esistono molte variabili che influenzano lo sviluppo cerebrale (fattori genetici, ambientali, familiarità).

D: Che significa livello 1, 2, 3? Come sarà la mia vita / quella di mio figlio?
R: I livelli non rappresentano la gravità, ma la quantità di supporto necessario in base al funzionamento della persona, al grado di compromissione adattiva e all’eventuale presenza di comorbidità.

D: “Ma non sembra autistico” o “Sarò davvero autistico?”
R: Questa domanda è comune, sia tra genitori sia tra gli adulti con diagnosi recente, soprattutto di fronte a profili ad alto funzionamento, con buone capacità compensative. È fondamentale sapere che queste persone fanno il doppio della fatica per “mascherare” i comportamenti atipici e adeguarsi alle richieste sociali. Per esempio: il contatto oculare, che per molti è spontaneo, per una persona autistica richiede energia e attenzione volontaria. Questo spiega perché spesso i meltdown sembrano “improvvisi”: sono l’esplosione di un sovraccarico accumulato.

Diagnosi di autismo: storie e testimonianze
Ora voglio portarvi all’interno delle storie di chi dalla diagnosi ci è passato, per essere di supporto a chi si sente solo o spaesato a causa degli stereotipi che vedono l’autismo come qualcosa di cui vergognarsi.

Giorgia, ho ricevuto la mia diagnosi a 23 anni:
Non ricordo le parole precise, ma se non erro la dottoressa ha iniziato a parlare del percorso che avevamo fatto. Io l’ho interrotta per sapere subito se fossi o meno nello spettro. Dopo la sua risposta affermativa ha spiegato bene il perché. Forse l’ha detto subito e poi ha spiegato… ero troppo emozionata e ho la mente annebbiata. Ho detto con sarcasmo: ‘E chi se lo aspettava!’ Sentivo un turbinio di emozioni… forse felicità, forse sollievo, forse paura. La dottoressa è una delle persone più dolci e tranquille che io abbia mai conosciuto. Non mi sono mai sentita giudicata. La maggior parte delle persone mi ha trattata male o invalidata; altre hanno ignorato la cosa. In pochi hanno voluto approfondire o chiesto con sincero interesse ulteriori informazioni.”

Elisa, ho ricevuto la diagnosi di mia figlia quando aveva 2 anni:
“Ce l’ha comunicata la neuropsichiatra di un centro. Come dimenticarlo! È stato il momento più brutto della mia vita. Ci ha detto testuali parole: ‘Vostra figlia ha l’autismo e va aiutata! Sappiate che se vorrete un altro figlio potrebbe essere autistico anche lui; ci sono famiglie che scelgono di averne comunque. Se volete vi metto in lista d’attesa per il progetto del centro… intanto posso consigliarvi un libro.’ Come dare una notizia del genere ai genitori? Non credo esista un modo indolore, ma un supporto più adeguato avrebbe fatto la differenza. Io e il papà eravamo devastati. La freddezza della dottoressa non ci ha aiutati. Ci siamo fatti aiutare da chi ci era già passato, e per fortuna avevamo persone speciali al nostro fianco. Chi l’ha saputo era esterrefatto… nessuno immagina quanto sia vasto il mondo dello spettro.”

Silvia, ho ricevuto la mia diagnosi a 38 anni:
“Dopo un primo colloquio conoscitivo in cui ho esposto il mio dubbio, la collega ha accolto la mia richiesta. Ho riflettuto per un mese e poi abbiamo fatto il primo colloquio formale. Ha ricostruito la mia storia attraverso le mie risposte e mi ha restituito quanto emerso in modo chiarissimo, dicendomi che c’erano tutti i presupposti per proseguire con gli altri step valutativi e ponendo l’ipotesi di autismo + APC. Ricordo perfettamente la sensazione di pienezza e di essere capita, cosa rara. Mi stupiva che qualcosa rimasto invisibile per anni potesse emergere così chiaramente. Ho provato enorme sollievo. Ha fatto la differenza il fatto che conoscessi già la collega, che la stimassi professionalmente e che sapessi che fosse autistica. L’ho comunicato subito ad alcune persone, mentre ho avuto esperienze negative con alcuni colleghi ai quali avevo condiviso il mio dubbio. Da lì ho iniziato a selezionare meglio. Mi hanno aiutato le mie conoscenze pregresse, lo studio, le esperienze altrui e il fatto che per me ‘diverso’ è sempre stato ‘bello"

Francesca, ho ricevuto la diagnosi di mio figlio quando aveva 2 anni:
“Abbiamo ricevuto la diagnosi in ospedale. Hanno fatto chiamare anche i nonni materni e paterni alla fine del percorso valutativo. Hanno usato la parola 'spettro autistico', sono andati dritti al punto parlando degli aspetti positivi e negativi e delle possibilità. Ci hanno detto che con le terapie sarebbe migliorato. Abbiamo pianto davanti ai dottori, ma le loro parole sincere, senza illusioni, ci hanno dato forza e speranza, con aspettative reali.”

Conclusione
In conclusione, voglio porre l’attenzione sul sentimento più comune dopo la diagnosi: la solitudine. È importante ricordare che, nonostante questo vissuto sia legittimo, esistono realtà e professionisti formati e specializzati che possono accompagnarvi nel percorso di consapevolezza di sé dopo la diagnosi, o nella comprensione del funzionamento dei vostri figli. Questo supporto può anche mediare il dialogo tra famiglia e paziente, quando i genitori non se la sentono di comunicare la diagnosi a un figlio, o quando è un figlio a doverlo comunicare ai genitori, al partner o ai fratelli. Noi ci siamo.

Questo contenuto è firmato da Sara Canofari

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Chi ha creato questo contenuto

Sara Canofari

Psicologa e psicoterapeuta

Fossacesia, Abruzzo

Sono Sara, psicologa e psicoterapeuta AuADHD, oltre che mamma di tre bambini neurodivergenti. La mia esperienza personale mi ha spinta a dedicarmi al sostegno delle famiglie e dei genitori, offrendo strumenti, strategie pratiche e informazioni corrette sul mondo delle neurodivergenze. Mi occupo di neuropsicologia dell’età evolutiva e di psicologia perinatale, accompagnando i genitori durante la gravidanza, nel post parto (con particolare attenzione ad allattamento e sonno) e nel riconoscimento precoce dei segnali di sviluppo atipico. Offro inoltre supporto a giovani adulti con diagnosi tardiva e a chi vive la maternità neuroatipica, creando spazi di ascolto e percorsi personalizzati.

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